REMM the Robot di Massimo Jose Monaco

(Monaco con REMM the Robot)
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Giocare col Meccano


Mi piaceva l'assemblaggio d'improbabili macchinari, le pulegge, le ruote dentate, la trasmissione del movimento. Tutto cio' mi eccitava ieri e mi diverte ancora oggi. Quindi cio' che faccio ora, è in definitiva a realizzazione di un sogno giovanile: costruisco il mio robot.
Il mondo dei robot, almeno per il momento (1998 tanto per intenderci), è ancora un gioco fatto d'inganni, sensazioni e illusioni.
Essi sono raffigurazione e imitazione di un qualche cosa.

Gli antichi guardavano al meccanismo come ad un'opera superiore, soprannaturale, forse divina. Per esempio, si racconta che nel XV secolo a.c. esistesse una prodigiosa statua raffigurante Memmon, re d'Etiopia, con la divina proprieta' di emettere un suono melodioso all'alba ed uno cupo e tenebroso al tramonto. Pindaro racconta di statue mobili animate dall'argento vivo.
Chissa', forse sara' per questo che ancora oggi si usa dire: "Ha l'argento vivo in corpo". E che dire poi di Omero che, nell'ottavo libro di Iliade, racconta di Vulcano (cui rendo devoto omaggio in quanto Dio di tutte le arti meccaniche), sempre accompagnato da due statue femminili d'oro puro, in grado di muoversi e dotate di incredibile bellezza, forza, spirito e saggezza.
L'elenco dei rimandi è lunghissimo. Ogni epoca ha prodotto l'eco di magiche storie di macchine umanoidi e sono sicuro che nella memoria di ciascuno di noi, c'è una nota al riguardo: Pigmalione, il Giocatore di scacchi, ecc. A proposito, non dimentichiamo la leggenda del martello di Michelangelo lanciato contro il "Mosè"al grido: "Perché non vivi".

(la preparazione del film)
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Oggi, in avanzata epoca cibernetica, abbiamo la fantascienza a riproporci il sogno di creare macchine viventi, dotate di mobilita' e d'intelligenza, ancorché artificiale.
Chi non si è divertito con 3PO e R2D2 di Guerre Stellari. Andando indietro con la memoria, ricordo con giovanile affetto Robby, il robot del Pianeta Proibito, di cui custodisco gelosamente il video.
Ricordo l'asimoviano Andrew Martin, il robot bimillenario diventato umano honoris causa,in un'epoca in cui gli esseri umani anelavano a integrare nei loro corpi ogni protesi metallica possibile. A questo punto è impossibile non ricordare il capostipite della robotica, il cecoslovacco Karel Çapek, che con RUR diede ufficialmente al mondo la parola "Robot"(dal ceco "robota" che significa sfacchinata, ma rimanda anche al russo "rabotjàga" e cioè lavoratore instancabile, forzato).

Qualcuno ha scritto che nella macchina, l'uomo proietta il desiderio di una perfezione superiore: potenza, invincibilita', intelligenza. Ma soprattutto immortalita'. Che fascino, che attrattiva in questa parola lunga una eternita'. La macchina non muore; se un pezzo si consuma o si rompe si sostituisce. Siamo avviati sulla buona strada.
La nostra immortalita' potrebbe essere legata alla elettromeccanocibernetica.

em'th = vita

Piu' o meno, tutti conosciamo la storia. La "golemlegende", nelle sue arcaiche e controverse versioni, puo' considerarsi come un'antenata della narrativa dei robot. Plasmato nell'argilla da Rabbi Eliah, che gli diede vita imprimendogli in fronte la parola "em'th", il Golem ha il compito di sterminare i nemici, ma finisce per uccidere anche il suo creatore. La creatura si ribella a colui che gli ha dato vita.
E' la storia di Lucifero che si ripete, con l'aggiunta tutta umana che la creatura riesce a distruggere il proprio creatore.
Quale bizzarria: l'uomo crea gli dei che dovrebbero averlo creato e poi cerca di distruggerli. Allo stesso modo amiamo la macchina che costruiamo, ma nello stesso tempo abbiamo paura che lei impari a odiarci.
Nessun timore. Il gran sacerdote Asimov ha inciso per noi la tavola delle leggi, tre semplici comandamenti che impediranno alle macchine di recarci danno.
C'è un piccolo problema: la macchina ubbidisce a comandi precisi. Ma noi, imperfetti umani, quanto riusciamo ad essere precisi?
Alcune risposte le offre lo stesso Asimov nella sua raccolta di racconti "Tutti i miei robot" (Mondadori).

A proposito di precisione, in questo momento sono davanti a un computer sul quale sto scrivendo questo articolo. Utilizzo un potente programma d'impaginazione che non sempre fa quello che voglio, anzi a volte si ribella avvertendomi sonoramente che sbaglio. Ci rimango male, ma ha ragione lui. E poi non devo prendermela col computer, l'ho programmato io ad agire così.
Ricordo il tempo in cui i computer, erano ancora chiamati, con un senso di futuribile mistero, "cervelli elettronici".
Mi tranquillizzo: al momento questi "cervelli" non pensano, sono programmati per eseguire pedissequamente i nostri input ...purché siano quelli giusti, altrimenti la macchina impazzisce facendo impazzire noi.
In effetti, noi non asserviamo le macchine, bensi' conviviamo con loro in un pratico rapporto d'interdipendenza. Ci controlliamo reciprocamente, anche se i nostri spazi d'intervento hanno il limite umano. Nel progresso dell'uomo il rischio è anche una necessità, e questo significa andare per tentativi ed errori. Abbiamo così tante domande in attesa di una risposta. Ma il nostro cervello è lento. Per rimediare diamo maggiore potenza ai cervelli elettronici, li moltiplichiamo, li colleghiamo l'uno con l'altro creando un unico planetario cervello elettronico. Finalmente arriva il momento in cui esiste la potenza necessaria per rispondere a qualsiasi domanda: "Esiste Dio?".
Il cervello elettronico esita un solo istante e poi arriva La Risposta definitiva: "Sì adesso Dio c'è". Questo grazie a Fredric Brown, ottimo scrittore di fantascienza.

(La notte di REMM the Robot)
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La creatura


Consideriamola come un'icona.
E' l'incarnazione del piu' spinto tra i sogni umani: sconfiggere la morte creando la vita.
Il Dottor Frankenstein ci riusc
i', favorito dalla grazia di una donna: Mary Shelley. Cio' che accadde dopo è cosa nota: la "Creatura" si sovrappose al proprio creatore diventando essa stessa Frankenstein, il mostro.

Non ho il numero dei film dedicati al personaggio, ma so che ogni film ha aggiunto nuovi tasselli interpretativi al gigantesco puzzle di cui è composto il corpo della creatura.
Amando profondamente l'azione spettacolo, della storia mi affascina il fatto in se, l'accadimento, il flusso dell'agire e le sue conseguenze, qualunque siano. Certo questo pensiero tradisce lo spirito del romanzo di Mary Shelley, pervaso da un'aria di romanticismo vittoriano e colmo di desideri, tormenti e angosce.
Non è il mio caso: il Frankenstein della mia memoria è rappresentato dalla prima versione cinematografica, quella del 1931, interpretato da Boris Karloff. Un castello arroccato, tuoni e lampi, macchinari, cimiteri, cadaveri, cervelli, e un servitore gobbo più mostro del mostro che sarà creato. Da questi elementi figurativi nasce la mia creatura.


R.E.M.M.


Chiarisco subito che non sto costruendo la "creatura", ma un robot con il quale, attraverso una serie di artifici meccanici, narrero' la storia di "Frankenstein". REMM (robot elettro meccano musicale) è un robot alto due metri e mezzo che si muove su ruote, costruito in alluminio e mosso da un motore elettrico alimentato a batteria.
Il suo aspetto è quello classico, che tutti si aspettano, di un robot di metallo. Se le gambe sono un blocco unico, le due braccia sono invece antropomorfe, dotate di movimento e soprattutto di funzione; il braccio destro gira la manovella di un piccolo organo meccanico posto al suo interno, direi all'altezza dell'addome (in senso umano), il sinistro gira una seconda manovella, collegata a un sistema di rulli posti all'altezza del petto, sul quale scorre, come una pellicola, un telo con dipinta la storia di "Frankenstein". Siamo di fronte a un interessante gioco di rimandi, un "essere o non essere": un essere meccanico assemblato, diviene la leva che muove il racconto di una storia su di un altro essere, non meccanico, ma sempre assemblato. Il tutto è coordinato da un essere umano creatore dell'essere meccanico che ecc.

(una delle "apparizioni" di REMM the Robot)

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numero 1


E' il primo della serie. Dopo ricerche e tentennamenti, eccomi finalmente a un nuovo punto di partenza. Ho sempre una certa emozione nell'intraprendere nuove avventure. Con la realizzazione di REMM, inizia un percorso di esperienze attraverso la macchineria mobile e sonora. Se in questo lavoro c'è un'evidente base di ricerca personale, riconosco anche che esiste un debito verso due artisti: Jean Tinguely le cui macchinerie sono fonte di continuo stupore e riflessione è György Ligeti, la cui ricerca musicale meccanica mi ha rivelato insospettabili liberta'.

Per quanto gia' conscio che la cultura non puo' avere steccati e confini, dallo studio delle loro opere ho ricevuto un rinnovato impulso verso l'interdisciplinarietà delle arti. Fusione, intrusione di un'arte nell'altra infrangendo regole e sicurezze. Cercare, provare, sperimentare; in questo agire non ci sono fallimenti ma solo momenti conoscitivi.

Si dimentica sovente che la finalita' dell'arte non è creare cose belle o di valore prestabilito, ma indagare nella realta'.

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